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Decreto ingiuntivo e tentativo di conciliazione: il chiarimento delle Sezioni Unite

Decreto ingiuntivo e tentativo di conciliazione: il chiarimento delle Sezioni Unite

di Nunzia Pirro

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 8240/2020, pubblicata il 28 aprile 2020, si sono pronunciate sul tema dell’obbligatorietà del preventivo tentativo di conciliazione nelle controversie tra utenti e compagnie telefoniche, anche quando si agisce con il ricorso per decreto ingiuntivo e non con l’azione ordinaria.

La vicenda su cui la Corte è stata chiamata a decidere trae origine dall’emissione di un decreto ingiuntivo in favore di una compagnia telefonica nei confronti di una società avente ad oggetto la richiesta di pagamento di somme per la fornitura di servizi di telecomunicazione mobile.

La Corte d'Appello, confermando la sentenza di primo grado che aveva revocato il decreto ingiuntivo opposto, individuava il thema decidendum nella questione se il ricorso ex art. 633 c.p.c., debba o meno essere preceduto dal tentativo di conciliazione, come statuito dalla L. n. 249 del 1997. La Corte territoriale dava risposta affermativa al quesito, valorizzando il tenore letterale dell'espressione contenuta nell'art. 4 della Legge citata, secondo la quale "il ricorso giurisdizionale non può essere proposto sino a quando non sia stato espletato il tentativo di conciliazione", nella cui nozione è a suo avviso pienamente riconducibile, in un rapporto da genere a specie, il ricorso per decreto ingiuntivo.

La affermazione per cui debba escludersi, invece, in mancanza di una chiara norma espressa, l'obbligo di esperire preventivamente il tentativo di conciliazione in materia di telecomunicazioni è confortata da ripetute affermazioni della Corte Costituzionale, dalle quali emerge l'incompatibilità strutturale del preventivo tentativo di conciliazione con il provvedimento monitorio.

Con riferimento al rapporto tra tentativo di conciliazione e procedimento monitorio, infatti, il giudice delle leggi, già nella sentenza n. 276/00 aveva individuato nella mancanza di contraddittorio tra le parti l'elemento di incompatibilità strutturale tra il procedimento di conciliazione (che tale contraddittorio presuppone) ed il provvedimento monitorio (che non prevede contraddittorio nella fase sommaria), rilevando che "invero il tentativo obbligatorio di conciliazione è strutturalmente legato ad un processo fondato- appunto- sul contraddittorio”. La logica che impone alle parti di "incontrarsi" in una sede stragiudiziale, prima di adire il giudice, infatti, risulta strutturalmente collegata ad un (futuro) processo destinato a svolgersi fin dall'inizio in contraddittorio fra le parti. All'istituto del tentativo di conciliazione, quindi, sono per definizione estranei i casi in cui invece il processo si debba svolgere in una prima fase necessariamente senza contraddittorio, come accade per il procedimento per decreto ingiuntivo.

Tale, dunque, il ragionamento della Cassazione, che, nel cassare con rinvio, ha enunciato il seguente principio di diritto secondo cui: "In tema di controversie tra le società erogatrici dei servizi di telecomunicazioni e gli utenti, non è soggetto all'obbligo di esperire il preventivo tentativo di conciliazione, previsto dalla L. n. 249 del 1997, art. 1, comma 11, chi intenda richiedere un provvedimento monitorio, essendo il preventivo tentativo di conciliazione strutturalmente incompatibile con i procedimenti privi di contraddittorio o a contraddittorio differito".

 

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Anche i file informatici sono cosa mobile ai fini della configurazione dell’appropriazione indebita

Anche i file informatici sono cosa mobile ai fini della configurazione dell’appropriazione indebita

di Susanna Gallazzi

Cosa si debba intendere per cosa mobile ai sensi dell’art. 646 c.p. è questione assai annosa, se non altro per l’impossibilità del Legislatore, ai tempi della redazione del Codice Penale, di prevedere tutti i possibili significati che la locuzione avrebbe potuto assumere nel corso del tempo.

Recentemente, con Sentenza n. 11959 depositata lo scorso 10 aprile 2020, pur in presenza di un consistente orientamento di segno opposto, la Seconda Sezione della Suprema Corte ha ritenuto di includere nella nozione anche i dati informatici.

In particolare, la vicenda sottoposta all’attenzione dei Giudici riguardava il dipendente di una società che aveva restituito il computer aziendale dopo averne riformattato l’hard disk, privandolo dunque dei dati informatici originariamente ivi presenti, dati poi parzialmente ritrovati nella sua disponibilità.

Il concetto di “cosa mobile” non trova espressa definizione nel codice penale, se non laddove vengono equiparate ad essa l’energia elettrica ed ogni altra energia economicamente valutabile (ai sensi dell’art. 624 comma 2 c.p.). Trattasi dunque di una nozione riempita di significato dalla dottrina e dalla giurisprudenza, che hanno individuato quali caratteristiche della cosa mobile la materialità e la definibilità dell’oggetto nello spazio, nonché la possibilità dello stesso di essere spostato da un luogo all’altro.

Ferma tale considerazione, la Seconda Sezione, pur non ignorando l’esistenza di una serie di arresti giurisprudenziali che escludono la possibilità di ricomprendere nel novero delle cose mobili anche i dati informatici, quali entità immateriali, giunge ad una differente conclusione.

Partendo da una definizione, per così dire, scientifica della natura del file, i Giudici di legittimità rilevano come da un lato esso “pur non potendo essere materialmente percepito dal punto di vista sensoriale, possiede una dimensione fisica costituita dalla grandezza dei dati che lo compongono, come dimostrano l'esistenza di unità di misurazione della capacità di un file di contenere dati e la differente grandezza dei supporti fisici in cui i files possono essere conservati e elaborati”; dall’altro lato pongono l’attenzione sulla “capacità del file di essere trasferito da un supporto informatico ad un altro, mantenendo le proprie caratteristiche strutturali, così come la possibilità che lo stesso dato viaggi attraverso la rete Internet per essere inviato da un sistema o dispositivo ad un altro sistema, a distanze rilevanti, oppure per essere custodito in ambienti virtuali”.

Non mancherebbero dunque al dato informatico le caratteristiche tipiche della cosa mobile; pertanto, in caso di sua indebita appropriazione, si può ritenere integrato il reato di cui all’art. 646 c.p.  

  

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Locazioni non abitative, la corsa a ostacoli per il nuovo credito di imposta

Locazioni non abitative, la corsa a ostacoli per il nuovo credito di imposta

di Francesca Solinas

Per i mesi di marzo, aprile e maggio, i soggetti esercenti attività d’impresa, arte o professione, potranno fruire di un credito d’imposta del 60% dell'ammontare mensile del canone di locazione, di leasing o di concessione di immobili a uso non abitativo, destinati allo svolgimento dell’attività industriale, commerciale, artigianale, agricola, di interesse turistico, o all'esercizio abituale e professionale dell’attività di lavoro autonomo.

Il bonus si dimezza, nella misura pari al 30% del canone mensile versato, per i contratti di affitto d’azienda, comprensivi di almeno un immobile a uso non abitativo destinato allo svolgimento dell’attività.

È quanto previsto dall’art. 31 della bozza del “Decreto Rilancio”.

La norma si rivolge ad una platea di beneficiari più ampia rispetto all’analoga misura introdotta dal predecessore “Cura Italia”.

Tra le new entry, meritano menzione gli enti non commerciali, compresi gli enti del terzo settore e gli enti religiosi civilmente riconosciuti, in relazione al canone di locazione, di leasing o di concessione di immobili ad uso non abitativo, destinati allo svolgimento dell’attività istituzionale.

Tuttavia, sono stati introdotti diversi paletti per poter godere del beneficio.

• Un primo limite riguarda l’ammontare dei ricavi e dei compensi.

Il nuovo credito d’imposta spetta, infatti, solamente agli esercenti attività d’impresa, arte o professione, con ricavi o compensi non superiori a 5 milioni di euro nel periodo d’imposta precedente a quello in corso alla data di entrata in vigore del presente decreto.

Accesso privilegiato è, invece, garantito alle strutture alberghiere, le quali possono beneficiare del credito d’imposta indipendentemente dal volume di affari registrato.  

• Seconda condizione necessaria riguarda il superamento di un test di fatturato.

Per i soggetti locatari esercenti attività economica, il diritto al beneficio maturerà a condizione che nel mese di riferimento  abbiano subito una diminuzione del fatturato o dei corrispettivi del 50% rispetto allo stesso mese del periodo d’imposta precedente.

Il comma 10 della norma pone, inoltre, limitatamente ai canoni di locazione del mese di marzo, un espresso divieto di cumulo con il bonus botteghe e negozi di cui all’art. 65 del decreto Cura Italia.

Novità riguardano, altresì, le modalità di fruizione del credito d’imposta.

Il locatario, infatti, può scegliere di utilizzarlo (i) nella dichiarazione dei redditi, relativa al periodo d’imposta di sostenimento della spesa, o (ii) in compensazione, successivamente all'avvenuto pagamento dei canoni.

Inoltre, (iii) in luogo dell'utilizzo diretto, il beneficiario può optare per la cessione del credito d’imposta al locatore o al concedente o ad altri soggetti, compresi istituti di credito e altri intermediari finanziari.

Rileva precisare che il credito d'imposta non concorre alla formazione del reddito ai fini delle imposte sui redditi e del valore della produzione ai fini dell’IRAP e non è soggetto ai limiti di compensazione.

Ad ogni modo, tra nuovi ampliamenti e divieti, occorre attendere un provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate per la definizione delle modalità attuative del bonus.

 

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La dimensione del diritto all’oblio all’interno degli archivi informatici

La dimensione del diritto all’oblio all’interno degli archivi informatici

di Giada Iovino

Con la recente ordinanza del 27.03.2020 n. 7559, la Corte di Cassazione ha posto l’attenzione sulla dimensione assunta dal diritto all’oblio, quale “diritto ad essere rappresentato con la propria identità ed a non vedere quindi travisato o alterato all’esterno il proprio patrimonio intellettuale, etico, ideologico, professionale”, all’interno del mondo digitale, unitamente alla permanente disponibilità ed accessibilità, anche in astratto, di una notizia passata inserita negli archivi online di testate giornalistiche, nonché la possibile conseguente “distorsione dell’immagine del soggetto, costruita col tempo dopo la vicenda ormai dimenticata, provocata dalla riemersione della notizia”. Le Sezioni Unite avevano già affermato la necessità di un corretto bilanciamento tra il diritto all’oblio e il diritto di diffondere nuovamente una notizia passata (la c.d. rievocazione storiografica), nel caso in cui si fosse ravvisato “un interesse concreto ed attuale” della collettività a conoscere nuovamente la notizia sia per ragioni di notorietà, sia per il ruolo pubblico rivestito dal soggetto protagonista (Cass. SU, 22.07.2019 n. 19681). Orbene, nel caso di specie la Corte si è chiesta in primis se il diritto all’oblio possa ritenersi tutelato quando una notizia si trovi all’interno di un archivio online con una funzione documentaristica e conservativa (e non quale, invece, perdurante attualità del dato oggetto del diritto cronaca) ed in secundis se, a causa della maggiore facilità con cui è possibile accedere a questa tipologia di archivio, detta notizia possa ritenersi maggiormente lesiva del trattamento del dato. Posto che nel caso di cui si tratta il protagonista era un importante imprenditore operante su scala nazionale, la  Corte ha affermato che "nel bilanciamento dei contrapposti interessi sussiste e permane l'interesse della collettività, ed in particolare del mondo economico, di "fare memoria" di vicende rilevanti per un soggetto che si presenta come primario centro di imputazione di interessi economici rilevanti per la collettività", ricordando che “proprio  tra tutti i dati personali, quelli interessanti l'attività economica esercitata offrono la maggior resilienza all'azione di compressione esercitabile a tutela della riservatezza dei soggetti cui i dati pertengono”. Pertanto, la Corte ha ritenuto che la deindicizzazione operata dalla società, unitamente allo spontaneo aggiornamento dell’articolo oggetto della controversia, sia stata una misura di protezione del singolo “ponderata ed efficace, nonché una soluzione idonea a bilanciare  “i contrapposti interessi in gioco, conservandosi il dato pubblicato, ma rendendolo accessibile non più tramite gli usuali motori di ricerca, bensì, esclusivamente, dall'archivio storico ed al contempo garantendo la totale sovrapponibilità, altrimenti irrimediabilmente compromessa, fra l'archivio cartaceo e quello informatico del medesimo quotidiano, nonchè il diritto della collettività a poter ricostruire le vicende che avevano riguardato di detto imprenditore”.

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Cookie Law – Le nuove linee guida del Garante della privacy europeo

Cookie Law – Le nuove linee guida del Garante della privacy europeo

di Lorenzo Vittorio Labruna

Il prossimo 2 giugno saranno cinque anni dall’entrata in vigore della cosiddetta Cookies law. Tale provvedimento, conseguenza della Direttiva 2002/58/CE (c.d. Direttiva ePrivacy), impone ad ogni sito internet di ottenere il consenso dell’utente prima di scaricare nel device eventuali cookies in grado di memorizzare e trasmettere dati personali dell’utente.

L’applicazione in concreto di tale normativa, come noto, si è in molti casi determinata nell’apparizione di pop up che bloccano la fruizione dei contenuti della pagina web (il c.d. cookie wall), condizionandola alla prestazione del consenso al tracciamento dei dati personali, senza però distinguere fra le tipologie di cookies scaricati nel device (cookie tecnici, di profilazione o di terze parti) e senza determinare le finalità del trattamento di ogni singolo cookie. A ciò si aggiunga che in molti casi, tali informative ricollegano la prestazione del consenso allo “scroll” dell’informativa, sicché una volta che l’utente ha visualizzato l’intera informativa, il sistema carica automaticamente tutti gli elementi traccianti come se l’interessato avesse prestato consenso.

A tal proposito è recentemente intervenuto l’European Data Protection Board (EDPB) emanando nuove linee guida in materia di consenso (Guidelines 05/2020), concentrandosi sui problemi sopra menzionati. In particolare, il Garante europeo evidenzia come se pur vero che l’ingresso del GDPR non ha abrogato la Direttiva e-privacy, essa deve comunque essere interpretata alla luce della nozione di consenso espressa all’art. 4 del Regolamento stesso, ovverosia «qualsiasi manifestazione di volontà libera, specifica, informata e inequivocabile dell'interessato, con la quale lo stesso manifesta il proprio assenso, mediante dichiarazione o azione positiva inequivocabile».

Le nuove linee guida chiariscono che le tecniche del Cookie wall e del consenso mediante “scroll” non sono idonee ad acquisire un valido consenso, così come definito dal GDPR. Il subordinare l’accesso alle risorse web all’accettazione di un numero indeterminato di trattamenti – come accade appunto con il cookie wall – violerebbe il principio per cui il consenso è libero solo quando verte specificamente su ogni singola attività di trattamento svolta dal titolare e sulle le relative finalità. La libertà del consenso è ancor meno garantita quand’essa viene inferita al mero scorrimento dell’informativa. Il GDPR, infatti, quando parla di “manifestazione di volontà” evidenzia come esso debba comunque concretizzarsi in una “azione positiva inequivocabile” (art. 4 GDPR). Ne consegue che un valido consenso non possa mai ridursi a “tacito consenso”, né tanto meno ad un’azione che nulla dice sulla volontà del soggetto di consentire al trattamento dei propri dati personali come la mera visualizzazione dell’informativa tramite scorrimento del mouse.

 

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COVID-19 E CONTRATTI: (SICURI) SQUILIBRI E (POSSIBILI) RIMEDI

Covid-19 e contratti : (sicuri) squilibri e (possibili) rimedi

di Eugenio Francesco Chiaravalloti

La diffusione dell’infezione da Coronavirus SARS-CoV-2, tra le altre cose, ha avuto e ha tuttora un evidente impatto sui rapporti contrattuali: le conseguenze sono variegate e spesso strumentalizzate, ma si può individuare il denominatore comune in una tendenziale criticità nell’adempimento (ritardi, sospensioni, mancanze) o addirittura nella sua asserita impossibilità (totale o parziale, forme di recesso anticipato). Ciò ingenera sicuramente instabilità e confusione sugli istituti giuridici richiamati; è pertanto fondamentale, anzitutto, agire con ponderazione e valutare nello specifico ogni circostanza.

Ad esempio, l’impossibilità sopravvenuta, contestata in questo periodo come mai prima, non può essere applicata tout court: deve consistere in un’oggettiva e insormontabile incapacità di portare a compimento la prestazione, mancando ogni ragionevole soluzione alternativa; l’impossibilità potrebbe essere anche solo parziale o temporanea, e dunque non liberare totalmente il debitore.

Quello che spesso viene posto in secondo piano è un elemento invero essenziale e fondante dei rapporti contrattuali: l’accordo pone i paciscenti su un piano di cooperazione per il raggiungimento di una condivisa utilità economica. La c.d. bona fides diventa dunque il collante che unisce le parti e i loro sforzi, non per prevalere una sull’altra, ma per mantenere salda l’intesa anche a fronte di turbolenze, sia interne che esterne. D’altronde, pacta sunt servanda: la legge racchiude precise, e per nulla sottovalutabili, ipotesi in cui sia possibile sciogliersi da un vincolo contrattuale, qualora manchi l’intesa anche su questo. In tutti gli altri casi, vige il rispetto dell’accordo, che difatti ha “forza di legge”.

Diventa quindi importante predisporre ex ante un testo contrattuale esteso e previdente, oppure giungerne a una rinegoziazione dei termini, con una scrittura integrativa che regoli questi frangenti. Quali che siano i motivi di confronto tra le parti, non bisogna mai prescindere dai reciproci doveri di diligenza, tempestività e informazione, nient’altro che corollari del principio fideistico richiamato.

Certo, qualora le soluzioni consensuali non trovino spazio, saranno esperibili i consueti rimedi di legge risolutivi del contratto, magari, se così convenuto, tramite forme conciliative alternative al percorso giudiziario ordinario.

Sullo sfondo rimane comunque limpido uno dei capisaldi del Diritto: honeste vivere. Da ciò discenderà ogni utile atteggiamento, giuridico o meno, che arrechi costruttività a un rapporto civilistico in crisi. Per il resto, nella Legge e nei suoi principi costituzionali si troverà ogni forma di supporto, anche a distanza di decenni, se usati i suoi strumenti con attenzione e professionalità.

 

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Il confine tra privacy e accertamento di paternità

Il confine tra privacy e accertamento paternità

di Eleonora Bruno

Da tempo si sente discutere della privacy, dapprima, con il D.Lgs. n. 196/2003, successivamente, con il Regolamento UE n. 679/2016 (GDPR), tuttavia, ancora oggi, è un tema di non facile interpretazione, che lo vede nuovamente protagonista di una recentissima pronuncia della Corte di Cassazione.

Con Sentenza n. 8459/2020, depositata il 5 maggio, la Suprema Corte, ripercorrendo alcuni articoli del Codice della Privacy e del GDPR, delinea il confine tra il diritto alla riservatezza dei dati personali ed il diritto azionato per ragioni di giustizia, chiarendo che la paternità può essere accertata dai campioni biologici consegnate dalle Aziende ospedaliere al Consulente Tecnico nominato dal giudice senza violare la privacy.

Il caso vedeva coinvolti il figlio naturale che conveniva in giudizio il padre (deceduto nel corso del giudizio ed al quale succedeva l’erede) al fine di farne accertare e dichiarare la paternità. Il convenuto, resistendo in giudizio, eccepiva e contestava la violazione e la falsa applicazione della normativa interna e comunitaria in materia di privacy, in quanto i dati personali utilizzati per redigere la consulenza tecnica d’ufficio non potevano essere utilizzati nel processo civile poiché rilasciati illecitamente dalla struttura sanitaria che li deteneva.

La Corte, tuttavia, supera l’eccezione affermando che sia la stessa legge conformativa del diritto ad attribuire prevalenza al trattamento dei dati personali, rispetto al diritto di privacy, qualora sia effettuato per ragioni di giustizia. Infatti, il GDPR prevede che, il divieto espresso di “trattare dati personali” non si applica nei casi in cui il trattamento si renda necessario “per accertare, esercitare o difendere un diritto in sede giudiziaria”.

Richiama, inoltre, anche il Codice della Privacy che, anche se prevede che “in caso di cessazione, per qualsiasi causa, di un trattamento, i dati sono distrutti”, tale disposizione deve essere integrata dalla lettura sistematica delle altre ipotesi previste nel codice, in particolare da quella che consente la conservazione del dato personale in ipotesi di archiviazione obbligatoria ex lege.

Dunque, l’ipotesi di una distruzione automatica dei dati personali al momento della dimissione del paziente o del decesso di questo, trova espresso limite nella stessa legge di protezione dei dati personali, laddove la conservazione del dato risulti funzionale all’accesso alla giustizia.

Ne consegue, dunque, la legittimità di acquisire campioni biologici presso l'ospedale al fine di accertare la paternità naturale.

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Eccesso di velocità su strade di scorrimento urbane: si pronuncia la Cassazione

Eccesso di velocità su strade di scorrimento urbane: si pronuncia la Cassazione

di Emanuele Terzi 

Si parta dal presupposto che la regola generalmente prevista nelle ipotesi di violazione di norme del Codice della Strada prevede, ai sensi dell’art. 14 L. 689/1981 e dell’art. 200 C.d.S., che la relativa contestazione da parte dell’Ufficiale al trasgressore debba essere effettuata immediatamente al momento della violazione, a tutela del diritto di difesa di quest’ultimo. Si parla a tal fine di “contestazione immediata”.

Eccezione a questa regola è la c.d. “contestazione differita” che si rende necessaria ai sensi dell’art 201 C.d.S. qualora per una serie di motivi previsti dal comma 1-bis dello stesso articolo (elencazione non ritenuta tassativa bensì esemplificativa), sia impossibile per l’Ufficiale effettuare la contestazione immediata, giustificando quindi, con apposita motivazione nel verbale, una contestazione, appunto, differita (quella che solitamente si riceve a mezzo raccomandata). Orbene, le violazioni dei limiti di velocità accertati con dispositivi di rilevamento fotografico –“ autovelox” – sicuramente giustificano una contestazione differita della violazione per due ordini di motivi: in primis una contestazione immediata richiederebbe un inseguimento da parte dell’Ufficiale che si ritiene nella maggior parte dei casi ingiustificabile; in secundis è necessario un confronto “numerico” oggettivo tra la velocità tenuta dal presunto trasgressore e il limite di velocità fissato su quel preciso tratto stradale, confronto che richiede necessariamente un accertamento da effettuarsi a posteriori. Chiarito ciò è di fondamentale importanza precisare che gli autovelox non possono essere installati su tutti i tipi di tracciati stradali: nel 2002 il legislatore ha inserito i tracciati urbani di scorrimento nel novero dei tracciati sui quali è ammessa l’installazione di dispositivi di accertamento fissi (autovelox). Non si può comunque parlare di inserimento automatico in quanto l’opportunità dell’installazione del sistema di accertamento fisso è rimessa al libero apprezzamento del Prefetto che decide sulla scorta degli elementi espressamente indicati nel D.L. n. 121/2002, vale a dire il tasso di incidentalità e le condizioni strutturali, plano-altimetriche e il traffico della strada, condizioni che devono essere tali da rendere non possibile il fermo di un veicolo senza recare pregiudizio alla sicurezza della circolazione, alla fluidità del traffico o all'incolumità degli agenti operanti dei soggetti controllati. Tale valutazione è insindacabile nel merito.

In questo contesto, a sorpresa, si inserisce una recente pronuncia della Cassazione (II Sez. Civile, sentenza n. 8635/2020) con la quale di fatto si riduce notevolmente la libera valutazione concessa al Prefetto per l’installazione dei dispositivi di accertamento fissi limitando l’installazione di autovelox ai soli tracciati urbani che soddisfano le caratteristiche previste dall’art. 4 del D.L. n. 121/2002. Infatti, secondo gli Ermellini, il legislatore del 2002, nel rinviare alla previsione classificatoria contenuta nel codice della strada, ha vincolato la pubblica amministrazione ai criteri dettati dall'articolo 2, comma 3, del C.d.S. che definisce in modo chiaro e preciso cosa debba intendersi per strada urbana di scorrimento.

In sostanza, sulla scorta del precedente così creato, sembra possibile effettuare ricorso avverso verbali di accertamento di eccesso di velocità qualora la contestazione differita sia dovuta all’installazione di dispositivi di accertamento fissi (o mobili) su tracciati stradali che non rientrano nelle definizioni esaustivamente enucleate dal legislatore nel Codice della Strada all’articolo 2, comma 3.

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L’esperibilità del regolamento necessario di competenza per censurare la mancata integrazione del contraddittorio

L’esperibilità del regolamento necessario di competenza per censurare la mancata integrazione del contraddittorio

di Charlotte Ravenna

In fatto: Con ordinanza del 26 giugno 2018 il Tribunale ordinario di Napoli Nord negava la propria competenza per materia e per territorio individuando quale giudice competente la Sezione Specializzata in materia di Impresa del Tribunale di Napoli. Infatti, sebbene gli attori avessero richiesto l’autorizzazione al rinnovo della notifica dell’atto introduttivo nei confronti di una delle parti convenute la quale ­– diversamente dalle altre – non si era costituita, il giudice adito aveva esaminato in primis l’eccezione di incompetenza, ritenendola preliminare perfino rispetto alla verifica della regolarità del contraddittorio. Gli attori impugnavano l’ordinanza tramite regolamento necessario di competenza contestando ­– in sostanza ­– la violazione del principio del contraddittorio: come sostenuto dai ricorrenti, infatti, non esistevano altri mezzi di impugnazione esperibili contro l’ordinanza de qua.

Il ricorso così impostato ha permesso alla Corte di Cassazione – con ordinanza n. 7055 del 12 marzo 2020 – di dirimere una questione di notevole importanza: la possibilità di denunciare vizi rituali diversi, pregiudiziali alla valutazione della competenza stessa, tramite il regolamento necessario di competenza.

In primo luogo, la Corte ha sottolineato la pregiudizialità della questione relativa alla regolare instaurazione del contraddittorio che, come sostenuto dai ricorrenti, doveva effettuarsi preliminarmente all’accertamento della competenza. A tal proposito, la Suprema Corte ha richiamato un consolidato orientamento secondo cui “la questione relativa alla nullità della notificazione dell'atto introduttivo del giudizio riguarda la valida costituzione del rapporto processuale, sicché deve essere esaminata prima della questione di giurisdizione, la quale presuppone pur sempre l’instaurazione di un valido contraddittorio tra le parti” (Cass. n. 2201/2016). Orbene, tale principio può essere agevolmente esteso anche alla competenza: posto che la regolare strutturazione del contraddittorio rappresenta un “presupposto ineludibile” rispetto alla questione di giurisdizione, lo stesso deve valere “per una questione gradualmente successiva rispetto a quella di giurisdizione, come appunto la questione di competenza” (Cass. n. 7055/2020).  

Ciò premesso, l’attenzione è stata posta sulla possibilità di esperire il regolamento necessario di competenza per censurare la mancata integrazione del contraddittorio. Come si evince dall’iter argomentativo seguito dalla Corte, la potestà giurisdizionale del giudice “scatta quando la lite concretamente sussiste, ovvero quando sussistono parti che si contrappongono” ed è solo allora che “il giudice è abilitato a prender cognizione di tale sua potestà, accertando la sussistenza della giurisdizione e della competenza” (Cass. n. 7055/2020). Ne consegue l’impossibilità di qualificare la regolare strutturazione del contradditorio quale questione astratta ed estranea alla verifica della competenza: la Suprema Corte ha così stabilito che il regolamento necessario di competenza è esperibile anche per censurare la mancata integrazione del contraddittorio dal momento che la stessa rientra in ciò che attiene “in modo diretto e necessario alla competenza”.

 

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Il processo penale ai tempi del Covid-19 : le udienze a distanza

di Pamela Pezzuto 

Tramite il Decreto legge n. 18 del 2020 sono state adottate una serie di misure atte alla limitazione della diffusione del noto virus Covid-19 anche in materia di amministrazione della giustizia e di svolgimento dei processi. È fondamentale sottolineare che non si possa mai giustificare una deroga dei principi fondamentali del processo penale, quali l’oralità e l’immediatezza, in favore di esigenze temporanee, ma che si possano solo bilanciar con diversi diritti inviolabili senza che ne scaturisca una compressione eccessiva.

In particolare, l’art. 83 d.l. 18 del 2020, convertito in legge n. 27 del 2020, prevede il rinvio d’ufficio delle udienze penali, escludendone al comma 3 lett. b) la sospensione per i procedimenti che coinvolgano un imputato detenuto. Per assicurare lo svolgimento delle udienze, il comma 12 dell’art. 83 cit. dispone lo svolgimento delle udienze a distanza, in base alla disciplina dell’art. 146-bis disp. att. c.p.p.

La partecipazione a distanza al dibattimento, introdotta nel 1998, presuppone una situazione processuale di difficile comparazione con l’emergenza Covid-19. Tali differenze radicali creano interrogativi non solo sui presupposti applicativi del sistema di presenza in videoconferenza, in quanto nella situazione attuale manca il presupposto della pericolosità sociale dell’imputato detenuto al regime di 41-bis dell’ord. pen., ma anche sul concreto utilizzo di tale strumento, in quanto nella situazione attuale la partecipazione mediante i sistemi di videoconferenza è da applicare non solo all’imputato detenuto, ma a tutti i soggetti processuali, in primo luogo ai giudici.

Per risolvere i vuoti normativi creati dal mero richiamo del sistema di partecipazione a distanza nel d.l. 18 del 2020, in sede di conversione sono stati attuati interventi correttivi mediante l’inserimento del comma 12-bis all’art. 83. In particolare, si pone il limite del 31 luglio 2020 per le udienze dematerializzate salvo proroghe ulteriori, e si ribadisce che il contraddittorio forte nella formazione della prova è da ritenersi un principio inderogabile, precludendo l’utilizzo di tale strumento per lo svolgimento dell’istruttoria dibattimentale. Inoltre, ha posto l’ulteriore limite del consenso delle parti per lo svolgimento delle udienze a distanza. È necessario comunque sottolineare come non sia sufficiente il consenso delle parti per derogare a principi fondamentali del processo penale, quali l’immediatezza, l’oralità e la pubblicità delle udienze.

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