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Nel “Decreto Cura Italia” una escalation di proroghe e sospensioni a favore del Fisco

di Francesca Solinas

Sospesi dall’08.03.2020 al 31.05.2020 i termini relativi alle attività di liquidazione, controllo, accertamento, riscossione, e contenzioso tributario, da parte degli uffici degli enti impositori.

Nello stesso lasso temporale, l’Agenzia delle Entrate è esonerata dal fornire risposte alle istanze di interpello eventualmente presentate dai contribuenti ex art. 11 della Legge 212/2000.

È quanto disposto dall’art. 67 del D.L. 17 marzo 2020, n. 18, pubblicato nella notte tra il 17 e il 18 marzo in Gazzetta Ufficiale.

Il successivo art. 68, a sua volta, sospende, con riferimento alle entrate tributarie e non tributarie, i termini di versamento dei carichi affidati all'agente della riscossione, in scadenza nel periodo compreso tra l’8 marzo e il 31 maggio 2020.

Tuttavia, si evidenzia che i pagamenti oggetto di sospensione dovranno essere effettuati in un’unica soluzione entro il mese successivo al suddetto periodo, con l’ulteriore precisazione che non verrà rimborsato quanto già versato.

Di converso, però, con rinvio all’art. 12 del D.Lgs. n. 159/2015, vengono ulteriormente allungati i termini di prescrizione e decadenza circoscritti alle attività espletate dagli uffici degli enti impositori.

Emerge, dunque, uno slittamento dei termini tributari fortemente sbilanciato a favore del Fisco.

Difatti, il secondo comma dell’art. 12 citato, sancisce -in deroga alle disposizioni di cui all’art. 3, comma 3, L. 212/2000- che i termini di prescrizione e decadenza relativi ad attività svolte dagli uffici degli enti impositori, assistenziali, dagli agenti della riscossione, per i quali è  stata  disposta  la sospensione degli adempimenti e dei versamenti tributari e che scadono entro il 31 dicembre del medesimo anno, sono prorogati di un biennio, fino al 31 dicembre del secondo anno successivo alla fine del periodo di sospensione.

Sul fronte dei contribuenti, invece, si assiste ad una misura molto più ridotta, in quanto l’art. 83 del Decreto sospende solamente fino al 15 aprile 2020 i termini per la notifica del ricorso in primo grado, nonché il termine di cui all’articolo 17-bis, comma 2, del D.Lgs. 546/1992, per presentare ricorso-reclamo (obbligatorio per le cause il cui valore non ecceda la somma di Euro 50.000,00), innanzi alle Commissioni tributarie Provinciali.

Nulla viene precisato in relazioni agli appelli e ai ricorsi per Cassazione.

Ne consegue che il Fisco gode di un lasso di tempo di due anni per accertare, liquidare, riscuotere, rispetto al termine (nettamente più breve!) di sospensione di un mese concesso ai contribuenti per difendersi.

In cambio (?), però, l’art. 71 riconosce una menzione sul sito istituzionale del Ministero dell’Economia e delle Finanze ai contribuenti che non si siano avvalsi, rinunciandovi, delle sospensioni concesse.

Il testo definitivo del “Decreto Cura Italia” ha, pertanto, confermato lo squilibrio che già emergeva nella Bozza iniziale.

 

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Un passo avanti verso l’introduzione dei c.d. Punitive Damages nell’ordinamento italiano

Risvolti pratici sulla dichiarazione di esecutorietà ex art. 647 c.p.c. con particolare riferimento ai decreti provvisoriamente esecutivi

di Emanuele Terzi 

Ha suscitato opinioni discordanti in passato e attualmente causa ancora qualche diverbio tra la dottrina e la giurisprudenza di merito, la questione se l’istanza per la richiesta di definitiva esecutorietà ex art. 647 c.p.c. sia da richiedersi anche per il decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo o se, ancora meglio, il decreto provvisoriamente esecutivo acquisti efficacia di giudicato sostanziale già col decorso del termine di quaranta giorni concessi all’ingiunto per proporre opposizione.

Dottrina e giurisprudenza, a seguito della sentenza della Cassazione Civile n. 6085/2004, rispondono negativamente alla questione in virtù del fatto che la provvisoria esecutività del decreto ingiuntivo concessa ai sensi degli artt. 642 e 648 c.p.c. ha la sola utilità di consentire al creditore di agire immediatamente per vie esecutive, tanto è vero che il decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo può essere opposto nel termine di quaranta giorni, denotando in esso un’incapacità allo stato di provare il diritto sostanziale di credito che ne sta alla base. La invocata pronuncia fa chiarezza sancendo l’irrinunciabilità dell’attività di controllo del Giudice nel procedimento monitorio circa la corretta instaurazione del contraddittorio tra le parti, circostanza posta a garanzia del fondamentale diritto di difesa; a tale attività non può surrogarsi il cancelliere con l’attività di verifica ex art. 124 disp. att. c.p.c.

Da ciò si ricava che l’inutile decorso del termine di quaranta giorni per l’opposizione non conferisce al decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo la definitiva esecutorietà, nemmeno rileva un eventuale certificato di non opposizione rilasciato dalla cancelleria; in sostanza non viene riconosciuta dalla giurisprudenza l’efficacia di giudicato sostanziale del decreto ingiuntivo senza un provvedimento del Giudice ai sensi dell’art. 647 c.p.c.

 Nulla questio con riferimento al decreto ingiuntivo non provvisoriamente esecutivo, che per essere attivato in qualsiasi sede richiede di essere prima notificato e poi dichiarato esecutivo ai sensi del 647 c.p.c.: problemi invece sorgono con riferimento al decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo. Il problema principale nasce in sede fallimentare dove è necessario che il titolo sia passato in giudicato in data anteriore alla dichiarazione di fallimento affinché sia garantita una corretta insinuazione allo stato passivo; il decreto ingiuntivo non provvisto di dichiarazione di esecutorietà ex art. 647 c.p.c. anteriore alla data di fallimento non gode di tale efficacia, “con la conseguente inopponibilità alla massa se non dichiarato esecutivo prima della dichiarazione di fallimento (Cass. 6918/2005; 9346/1997)” (Cass. n. 6198/2009). Il creditore che abbia ottenuto un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo potrebbe quindi trovarsi nella paradossale situazione di non essere ammesso al passivo del fallimento del debitore sulla base del decreto ingiuntivo (ma eventualmente sulla base di altri documenti giustificanti il credito quali fatture ecc.) con conseguente non riconoscimento di spese e compensi liquidati nel decreto, ma di aver invece già iniziato un’eventuale azione esecutiva, o – ed è qui dove si vuole arrivare – di aver anche iscritto ipoteca sui beni del debitore.

Il fulcro della questione è che i decreti sprovvisti della dichiarazione di definitiva esecutorietà ex art. 647 c.p.c. non sono opponibili al fallimento; questa non opponibilità travolge anche l’eventuale ipoteca giudiziale iscritta sugli immobili del debitore in virtù di un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo. Così la Cass. n. 22549/2010 la quale argomenta che poiché il decreto ingiuntivo è inefficace nei confronti della massa, è inefficace anche l’ipoteca giudiziale iscritta, in quanto il titolo provvisorio che giustifica l’iscrizione non è più suscettibile di divenire definitivo nei confronti della massa stessa.

 

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Ducunt mundum facta, ius trahunt: micromobilità elettrica vs. Codice della Strada

Gli effetti del Covid- 19 sul sistema giustizia: il decreto legge 8 marzo 2020 n. 11.

di Tina Caforio

L’emergenza sanitaria da COVID-19 ha modificato il nostro modo di vivere e lavorare, nel giro di poche settimane. In questo contesto in rapida evoluzione che ha scosso il Paese, profondamente, il Governo ha dovuto far fronte alle esigenze del sistema giustizia, adottando provvedimenti di regolamentazione dei processi.

Dopo il primo intervento di cui all’art. 10 del d.l. 2 marzo 2020, n. 9, limitato alle zone identificabili coi focolai dell’epidemia, il nuovo interessa l’intero territorio nazionale ed è assai più radicale: si tratta, come noto, del decreto legge 8 marzo 2020 n. 11 (Misure straordinarie ed urgenti per contrastare l'emergenza epidemiologica da COVID-19 e contenere gli effetti negativi sullo svolgimento dell'attività giudiziaria), assunto in pari data, con cui sono state introdotte misure straordinarie ed urgenti in relazione allo svolgimento delle udienze e alla sospensione dei termini nei procedimenti civili, penali, tributari e militari.

Il Decreto introduce un primo periodo, cosiddetto cuscinetto (emergenziale acuto), durante il quale sono rinviate d’ufficio a dopo il 22 marzo 2020 tutte le udienze dei procedimenti civili e penali pendenti dinanzi a tutti gli uffici giudiziari italiani, con le sole eccezioni espressamente indicate dal decreto (riguardanti procedimenti la cui trattazione ritardata potrebbe recare pregiudizio elencati nell’all’art. 2, comma 2, lett. g) riferito a provvedimenti cautelari relativi alla tutela di diritti fondamentali della persona; non subiranno rinvii quindi le udienze del tribunale per i minorenni relative alle dichiarazioni di adottabilità, ai minori stranieri non accompagnati, ai minori allontanati dalla famiglia ed alle situazioni di grave pregiudizio, ovvero le udienze penali  di convalida dell’arresto o del fermo ed affari di analoga urgenza). Oltre al rinvio d’ufficio delle cause, il Decreto ha altresì previsto la sospensione dei termini per il compimento di qualsiasi atto dei procedimenti indicati al comma 1, ferme le eccezioni richiamate e relative ai procedimenti non rinviati. Ma non solo.

L’intervento del Governo ha inteso porre rimedio anche agli effetti di questa improvvisa precarietà e repentinità dei differimenti dei giudizi, funzionale al contenimento della diffusione, programmando un secondo periodo riferito ad un arco di tempo più ampio (dal 23 marzo al 31 maggio 2020) in cui è rimesso ai capi degli uffici giudiziari il compito di adottare, sentiti l’autorità sanitaria regionale ed il Consiglio dell’ordine degli avvocati, anche in considerazione dell’evoluzione dell’epidemia, le misure organizzative, comprese quelle afferenti la trattazione degli affari giudiziari, idonee a rispettare le indicazioni igienico-sanitarie del Ministero della Salute per evitare assembramenti e contatti ravvicinati tra le persone all’interno dell’ufficio giudiziario.

L’ultimissimo intervento è reso, poi, dall’attesissimo Decreto “Cura Italia” pubblicato con una edizione straordinaria della Gazzetta Ufficiale in data 17 marzo 2020: il Decreto prevede la proroga fino al 15 aprile 2020 delle misure già adottate di rinvio delle udienze civili, penali e amministrative, con le relative sospensioni dei termini già adottate precedentemente fino al 22 marzo 2020. Per quanto riguarda le carceri, invece, il provvedimento intende assicurare il pieno ripristino della funzionalità degli istituti penitenziari danneggiati in conseguenza dei disordini degli ultimi giorni.

L’intervento del Governo è, nel complesso, dichiaratamente destinato anche all’organizzazione del periodo successivo al periodo emergenziale a regime. Ovviamente la repentinità delle misure adottate e l’imprevedibilità dell’attuale situazione emergenziale, ha dato vita a norme di difficile (e non proprio univoca) interpretazione che hanno spinto l’Organismo Congressuale Forense a richiedere con urgenza norme di coordinamento e di chiarimento.

 

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Nessun riconoscimento per figli di coppie omosessuali nati all'estero con maternità surrogata

Negoziazione Assistita: accordo per il trasferimento dell'immobile, serve il notaio

di Eleonora Bruno 

Con la Sentenza n. 1202 del 21 gennaio 2020, la Corte diCassazione ha chiarito che, nel caso in cui l’accordo di separazione preveda il trasferimento di un immobile, per la trascrizione del trasferimento occorre l’autentica di un pubblico ufficiale, poiché gli avvocati delle parti sono privi del potere di certificare le firme. In tale ipotesi, quindi, l’atto dovrà essere autenticato da un notaio.

La decisione in esame trae origine dalla mancata autentica delle sottoscrizioni dei due coniugi, in calce al verbale dell'accordo di separazione concluso ai sensi del D.L. n. 132/2014 convertito in L. n. 162/2014: in tale atto le parti avevano previsto il trasferimento in favore della moglie, della proprietà della quota di metà dell'immobile adibito a casa coniugale, dietro pagamento di un corrispettivo. Tale scrittura veniva sottoscritta dagli stessi e la loro firma veniva autenticata dai rispettivi avvocati. L'atto veniva altresì sottoscritto dal notaio che procedeva con la lettura alle parti della scrittura, apponeva l'orario di sottoscrizione, tuttavia non inseriva il numero di repertorio né il numero di raccolta.

Successivamente, in sede di trascrizione, il conservatore rifiutava di trascrivere il verbale di accordo: seguiva un accertamento da parte del consiglio notarile, che riteneva il Notaio responsabile per non aver adempiuto alle indicazioni previste per l'autentica dalla L. n. 162/2014. Nello specifico al medesimo veniva contestato di aver effettuato un’autentica del verbale dell’accordo di separazione senza rispettare le modalità di cui all'art. 72 Legge notarile e senza procedere all'iscrizione a repertorio, alla conservazione dell'atto a raccolta, quindi senza eseguire la trascrizione, visto che tale incombente era stato espressamente posto a carico di uno dei coniugi.

Avverso tale provvedimento il notaio proponeva reclamo che, però, veniva rigettato, ritenendo la Corte Territoriale che il professionista avesse autenticato il verbale recante l’accordo di separazione consensuale in maniera difforme da quanto previsto dagli artt. 2703 c.c., 72 Legge notarile e 2657 c.c., ai fini della trascrizione. In particolare la Corte d’appello accertava che l’atto di trasferimento immobiliare impone l’autentica di cui all’art. 72 Legge notarile, per il controllo di legalità.

Il notaio impugnava tale ordinanza innanzi la Suprema Corte che, però, respingeva il ricorso.

Secondo la Cassazione, il D.L. n. 132/2014, convertito in L. 162/2014, ha introdotto il procedimento di negoziazione assistita e, in particolare, l’art. 5 prevede che l'accordo che compone la controversia, sia sottoscritto sia dalle parti che dagli avvocati che le assistono. Il comma 3 di tale articolo sancisce, poi, che, quando le parti, con l'accordo, concludono atti soggetti a trascrizione, per procedere alla trascrizione dello stesso è necessario che la sottoscrizione del processo verbale di accordo, venga autenticata da un pubblico ufficiale autorizzato a fare ciò. Nel disciplinare i poteri certificativi dell'avvocato in tale ambito, il legislatore ha rinviato a quanto previsto dall'art. 5: in caso di trasferimenti immobiliari, ai fini della trascrizione dell'accordo, occorre che la sottoscrizione del verbale sia autenticata da un pubblico ufficiale a ciò autorizzato, non essendo riconosciuto un simile potere certificativo agli avvocati che assistono le parti. Ciò si evince anche dal disposto dell'art. 2657, I comma, c.c. secondo cui "la trascrizione non si può eseguire se non in forza di sentenza, di atto pubblico o di scrittura privata con sottoscrizione autenticata o accertata giudizialmente".

In conclusione, quando nell'accordo è compreso un contratto o un atto soggetto a trascrizione, è necessaria l'autenticazione del processo verbale di accordo da parte di un pubblico ufficiale a ciò autorizzato.

 

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Bancarotta fraudolenta e pene accessorie: stop alla durata decennale “di default”

Il comune cittadino di fronte alla normativa d’emergenza “Coronavirus”: cosa rischia in caso di violazione?

di Susanna Gallazzi  

L’emergenza sanitaria che interessa l’Italia in queste ore sta avendo un forte impatto sulle condizioni di vita di qualunque cittadino. Abituarsi alle sempre più rigide restrizioni imposte non è semplice: tuttavia è, in primis, necessario per comune senso civico; è nondimeno doveroso alla luce di una norma che prevede espressamente conseguenze penali in caso di inottemperanza alle disposizioni. Pare dunque utile fare un po’ di chiarezza.

Il carattere di necessità ed urgenza della situazione in essere ha comportato l’emissione di un decreto legge, il n. 6/20, le cui disposizioni vengono costantemente aggiornate e precisate: giova ricordare il D.P.C.M. dell’8 marzo 2020 (n. 59 in G.U.) recante “ulteriori disposizioni attuative”, nonché il D.P.C.M. del 9 marzo 2020 (n. 62 in G.U.), comportante l’estensione delle previsioni all’intero territorio nazionale.

Prevede l’art. 4  del D.P.C.M. dell’8 marzo che «salvo che il fatto costituisca più grave reato, il mancato rispetto degli obblighi di cui al presente decreto è punito ai sensi dell'articolo 650 del codice penale, come previsto dall'art. 3, comma 4, del decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6».

Il reato in cui potrebbe più facilmente incorrere chi disattenda gli obblighi previsti dalla norma è dunque quello rubricato Inosservanza dei provvedimenti della autorità, contravvenzione (come tale procedibile d’ufficio e punibile sia a titolo di colpa sia a titolo di dolo), che si configura in caso di violazione di provvedimenti impositivi di un determinato comportamento - attivo od omissivo - al fine di garantire esigenze di giustizia, sicurezza pubblica, ordine pubblico o igiene. Pena prevista: l'arresto fino a tre mesi o l'ammenda fino a 206 euro. Tra gli obblighi la cui violazione può comportare il configurarsi del reato di cui all’art. 650 c.p., quelli che maggiormente interessano la cittadinanza sono quelli previsti dall’art. 1 lett. a), relativo alla possibilità di muoversi sul territorio. La norma richiede infatti di «evitare ogni spostamento delle persone fisiche … salvo che per gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità ovvero spostamenti per motivi di salute. E' consentito il rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza». Sono dunque punibili tutti i comportamenti che non rientrino in alcuna delle ipotesi descritte (ferma restando, va detto, l’incertezza interpretativa dell’ampia nozione di “situazioni di necessità”).

Come noto, in caso di controllo non sarà sufficiente una generica dichiarazione orale circa la sussistenza delle anzidette esigenze primarie (di lavoro, di salute, di rientro, di necessità): è infatti richiesta l’esibizione di una autodichiarazione la cui mendacia comporta conseguenze penali considerevoli. Si badi che, laddove accertata, la condotta di colui che abbia compiuto spostamenti sul territorio giustificandoli con dichiarazioni rivelatesi inveritiere potrà condurre all’integrazione non solo della predetta contravvenzione di cui all’art. 650 c.p., ma anche di delitti di falso, severamente puniti dal Titolo VII del Codice Penale in quanto lesivi della pubblica fede.

 

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Possibile l’adozione di un minore da parte di una signora single di 62 anni? Parola alla Cassazione

Puo’ ravvisarsi il concorso di colpa del danneggiato per aver lo stesso spedito con posta ordinaria dei titoli successivamente trafugati e incassati illegittimamente?

di Giada Iovino

Il caso: la compagnia assicuratrice proponeva ricorso per Cassazione per violazione e falsa applicazione dell’art. 1227 I comma c.c., in quanto la Corte d’Appello aveva ritenuto sussistesse, in capo a detto istituto, un concorso di colpa per avere lo stesso spedito, a mezzo di posta ordinaria e quindi senza alcuna minima cautela, un assegno non trasferibile. Tale condotta infatti, a dire della Corte d’Appello, avrebbe costituito una concausa all’evento dannoso, che nel caso in oggetto era stato identificato come il trafugamento del titolo e il suo successivo pagamento a soggetto non legittimato. La Corte ha quindi proceduto con la disamina dell’art. 1227 comma c.c., con particolare riferimento al nesso di causalità tra la condotta imprudente del danneggiato e l’evento cagionato, nonché le diverse modalità di spedizione del titolo, stante la giurisprudenza difforme sul punto. Ai sensi dell’art. 1227 c.c., il concorso del danneggiato nella causazione o nell’aggravamento del danno sussiste solo quando la condotta del medesimo, successiva o antecedente all’evento dannoso, sia stata colposa, ossia non sia stata conforme a precetti legali, patti contrattuali o a regole di comune prudenza. Nel caso di specie la Corte si è domandata se la spedizione di un assegno per mezzo posta, sia ordinaria che con raccomandata, possa considerarsi una condotta difforme rispetto a quella prescritta all’interno del regolamento postale ovvero alle regole di comune prudenza, le quali impongono particolari cautele anche per il mittente. Per quanto concerne le regole del servizio postale, la Corte ha ribadito che le stesse attengono solamente ai rapporti che intercorrono tra l’ente mittente e i suoi utenti e, pertanto, non incidono sui rapporti esterni. Non di meno, l’assegno non trasferibile non rientra nel divieto di includere valori nelle corrispondenze ordinarie e raccomandate, in quanto lo stesso non può essere equiparato “ne agli oggetti preziosi, né al denaro, né alle carte di valore esigibili al portatore” (Cass. 30.3.2010 n. 7618). Con riferimento invece alla regole di comune prudenza, la Corte, dopo aver sottolineato la possibilità di adottare modalità di pagamento più sicure rispetto alla spedizione, quale il bonifico bancario, ha richiamato sul punto una precedente pronuncia, riaffermando che: “quanto più la situazione di possibile danno è suscettibile di essere oggettivamente prevista e superata attraverso l’adozione da parte dello stesso danneggiato della cautele normalmente attese e prevedibili in rapporto alle circostanze, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del suo comportamento imprudente”(Cass. 1.2.2018 n. 2483).
Infine, ritenendo che la suddetta questione di diritto fosse di particolare importanza e visto la giurisprudenza difforme sul punto, la Corte ha rimesso la causa al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite e, pertanto, ora rimane solo la trepida attesa di nuovi sviluppi.

 

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Le procedure concorsuali e il sovraindebitamento alla luce della riforma della Legge 155/2017

Fondo patrimoniale e revocatoria della casa vacanze

di Rosa Pantone

Il fondo patrimoniale è un vincolo posto dalla famiglia (spesso dai coniugi) su alcuni beni determinati (beni mobili o immobili) i quali andranno a formare un patrimonio separato. I beni del fondo patrimoniale, pertanto, saranno utilizzati per soddisfare i fabbisogni della famiglia quali il mantenimento di quest’ultima, l’assistenza e la contribuzione.

La costituzione del fondo patrimoniale serve, quindi, per proteggere alcuni beni dalla possibilità che un creditore li aggredisca e, pertanto, non possono essere oggetto di pignoramento per debiti diversi da quelli contratti per la famiglia.

La costituzione di un fondo patrimoniale non è obbligatoria per legge e, pertanto, si configura come un atto a titolo gratuito. Proprio per la sua natura, il fondo patrimoniale può essere oggetto di revocatoria; tale azione revocatoria può essere intrapresa dai creditori che dimostrino che la costituzione del fondo patrimoniale sia stata fatta per eludere i creditori medesimi.

Orbene, la Corte di Cassazione – con l’ordinanza n. 2077/2020 – si sofferma sulla possibilità di revocare un fondo patrimoniale (costituito con il consenso del marito) nel quale è stato conferito un immobile usato per le vacanze e costituito da una imprenditrice poi dichiarata fallita.

In particolare, gli Ermellini affermano che la costituzione di un fondo patrimoniale è sempre suscettibile di revocatoria, a meno che le parti non dimostrino, concretamente, l’esistenza di una situazione tale da integrare un “dovere morale” ulteriore rispetto al generico obbligo di contribuire ai bisogni della famiglia e il poter adempiere a tale dovere solo con l’atto di costituzione del fondo patrimoniale stesso.

Sul punto, la Suprema Corte richiama un già consolidato orientamento secondo il quale “La costituzione del fondo patrimoniale per fronteggiare i bisogni della famiglia, anche qualora effettuata da entrambi i coniugi, non integra, di per sé, adempimento di un dovere giuridico, non essendo obbligatoria per legge, ma configura un atto a titolo gratuito, non trovando contropartita in un'attribuzione in favore dei disponenti. Esso, pertanto, è suscettibile di revocatoria, a norma dell'art. 64 l. fall., salvo che si dimostri l'esistenza, in concreto, di una situazione tale da integrare, nella sua oggettività, gli estremi del dovere morale ed il proposito del 'solvens' di adempiere unicamente a quel dovere mediante l'atto in questione” (cfr. Cass. n. 29298/2017) e conferma così la revoca del fondo patrimoniale costituito da una casa vacanze per mancanza di prova del suddetto dovere morale.

 

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FaceApp e GDPR: Problemi di compatibilità?

Una strategia Europea per i dati: La visione della Commissione UE

di Lorenzo Vittorio Labruna

È ormai a tutti noto come, al giorno d’oggi, le data-driven technologies siano il principale motore dell’innovazione e del progresso. Sul punto l’Unione Europea ha sempre tentato di perseguire una via originale, senza mai mutuare del tutto le scelte legislative dei vicini. Questo tipo di approccio ha dato origine nel 2016 al GDPR, che costituisce tutt’ora una delle normative più complesse e garantiste in tema di dati personale a livello mondiale.

Recentemente, la Commissione ha presentato un documento che svela la propria “visione” sul futuro ruolo dell’Unione Europea nel campo della tecnologia dei dati e quali strategie intende adottare per perseguirla. La comunicazione intitolata “An European strategy for data”, pubblicata il 19.02.2020, dipinge il quadro di un’Europa che promuove un’economia basata sullo scambio massivo di dati. Nell’idea della Commissione, tale scambio dovrebbe configurarsi come un singolo mercato Europeo di dati (o un data space) che permetta la più ampia condivisione di dati possibile con il più ampio numero di soggetti e con caratteristiche idonee a garantire, da un lato, il rispetto delle norme sulla protezione dei dati personali e, dall’altro, le norme relative alla concorrenza ed al divieto di aiuti di stato.

Per raggiungere questo ambizioso obiettivo, la Commissione individua quattro ambiti d’azione (pilastri) principali su cui basare la propria strategia. Il primo pilastro riguarda l’istituzione una cornice normativa comune in materia di accesso ed utilizzo dei dati fra gli Stati Membri, in modo da ridurre la frammentazione normativa infra-unitaria che impedisce la corretta circolazione dei dati. Il secondo si basa, invece, su un piano di investimenti relativi al mondo del data-sharing e della data governance, con uno stanziamento di fondi diluito fra il 2021 ed il 2027. Il terzo pilatro opera un focus sull’ambito soggettivo, introducendo nuovi strumenti che garantiscano un maggior rispetto dei dati personali, prevedendo finanziamenti diretti a promuovere la formazione di nuovi professionisti del settore e creando nuove opportunità di business per PMI e start-up. Infine, la Commissione auspica la creazione, in alcuni settori strategici e di pubblico interesse, di Data space Europei comuni. Questi data space avranno l’obiettivo di permettere una più efficiente e diffusa condivisione di dati a livello paneuropeo in settori specifici, quali salute, energia, agricoltura e Pubblica Amministrazione.

Il risultato perseguito dalla strategia Europea è quello della creazione di un sistema di condivisione dei dati “open as possible, closed as necessary”, ovverosia che riesca a coniugare le esigenze di condivisione di una grande mole di dati con il rispetto delle stringenti disposizioni del GDPR.

 

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Il recesso nel contratto di locazione : qualche pillola.

  di Eugenio Francesco Chiaravalloti

 

La locazione è uno degli istituti giuridici più chiacchierati della quotidianità. Essa rappresenta un metodo di godimento di un bene diverso dall’acquisto, antesignano delle dinamiche tipiche della sharing economy; le nuove esigenze hanno infatti esaltato la necessità di evoluzione del concetto di proprietà in quello di fruizione, più elastico e modulabile.

Eppure il pilastro della locazione, quando applicata tout court, s’erge saldo e perimetra ancora, in diverse occasioni, la libera voluntas dei paciscenti a tutela di un interesse superiore; ciò è evidente nella disciplina del recesso, differenziata in base al soggetto esercitante e alla destinazione. Vediamone i tratti essenziali.

Recesso del conduttore

È consentito in occorrenza della prima scadenza (quadriennale nel residenziale, sessennale o novennale nel commerciale) – ovvero anche a séguito di questa, per qualsivoglia motivo, per le locazioni ad uso abitativo – mediante tempestivo preavviso di 6 mesi (sempre nel residenziale; rispettivamente 12 o 18 mesi nel commerciale) a mezzo raccomandata (art. 4, L. 392/78).

In ogni caso, anche antecedentemente alla predetta scadenza, il conduttore può recedere in qualsiasi momento dal contratto, fermo il preavviso di 6 mensilità, qualora ricorrano gravi motivi (art. 3, ult. c., L. 431/98), che egli dovrà specificare estesamente, nei termini già delineati dalla Giurisprudenza.

Nel favorire il conduttore, considerato il soggetto più debole, le parti possono concordare nel contratto il recesso in ogni momento con termine inferiore ai 6 mesi (ma non per il commerciale; v. art. 27, L. 392/78) ovvero l’astensione dallo specificare i gravi motivi.

Recesso del locatore in locazioni ad uso abitativo

Il primo rinnovo è tacito, salva la c.d. facoltà di diniego della rinnovazione, ai sensi e nei precisi limiti dell’art. 3, L. 431/98, da esercitarsi con tempestivo preavviso di 6 mesi. Per recedere senza particolari motivi, invece, il locatore dovrà attendere il termine ottennale, fermo lo stesso preavviso.

Resta, peraltro, ineludibile la durata massima della locazione, pari a 30 anni.

Nelle locazioni a canone concordato per conduttore e locatore vigono i meccanismi testé esaminati, adeguati alle differenti cadenze pluriennali.

Recesso del locatore in locazioni ad uso diverso dall’abitativo

Nel commerciale, invece, il locatore ha decisamente meno libertà d’azione, anche convenzionale. Egli potrà solo negare la rinnovazione alla prima scadenza (6 o 9 anni), esclusivamente per i motivi di cui all’art. 29, L. 392/78 – che andranno riportati ed effettivamente messi in pratica nei mesi successivi al rilascio – e con preavviso, rispettivamente, di 12 e 18 mesi. Dovrà altresì dichiarare espressamente la propria volontà di conseguire la disponibilità dell’immobile una volta scaduto il contratto.

Con il recesso del locatore, vieppiù, sorge in capo al conduttore il diritto alla c.d. indennità di avviamento, pari, rispettivamente, a 18 e 21 mensilità (importo raddoppiato in caso sia iniziata, entro l’anno, una attività simile presso l’immobile), nel caso di attività commerciale, industriale o artigianale che preveda rapporti con il pubblico, ovvero turistica/alberghiera. Detta indennità non è dovuta in caso di recesso, morosità o inadempimento del conduttore, e non è preventivamente rinunziabile.

In conclusione, è bene rammentare che le supra estese rigidità, sebbene non se ne escluda una migliorativa revisione in futuro, specie con riferimento alle procedure di rilascio, sono state concepite a tutela della stabilità del rapporto locatizio, spesso delicato per il conduttore, e in ossequio al principio di solidità delle pattuizioni (art. 1372, c. 1, c.c.); è dunque fondamentale tenere in considerazione tale disciplina nella redazione di un contratto di locazione, per non incorrere in nullità parziale delle relative clausole.

 

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