di Graziella Mordà

 

A pochi giorni dal 17 maggio 2018, Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, la Corte di Cassazione ha affrontato per la prima volta il tema della validità del matrimonio celebrato all’estero tra partner omosessuali, di cui uno italiano.

Con sentenza n. 11696 del 14 maggio 2018, la Suprema Corte ha respinto il ricorso presentato da una coppia omosessuale (un cittadino brasiliano e uno italiano), contro la decisione della Corte d’Appello di Milano che aveva rifiutato la trascrizione del matrimonio celebrato in Brasile nel 2012 e poi in Portogallo nel 2013, statuendo che “Deve escludersi la possibilità di trascrizione in Italia per il matrimonio omosessuale celebrato all’estero tra un cittadino italiano ed uno straniero; risulta invece possibile il riconoscimento come unione civile”.

Per i ricorrenti, il loro matrimonio andrebbe trascritto ai sensi dell’art. 125, comma 5 R.D. n. 1238/1939 che prevede la trascrizione nei registri di matrimonio degli atti di matrimonio celebrati all’estero, mentre la “conversione” in unioni civile sarebbe un “downgrading” discriminatorio, in contrasto con l’art. 3 della Costituzione; per gli Ermellini invece è frutto di una “discrezionalità legislativa” che rientra nel potere degli Stati.

La Suprema Corte, fornendo un’interpretazione della recente Legge 76/2016 – cosiddetta legge Cirinnà, che ha previsto, come modello per le unioni omoaffettive, l’Unione Civile, comportante il riconoscimento giuridico della coppia formata da persone dello stesso sesso – ha chiarito che gli effetti della citata legge ed i successivi decreti legislativi possono farsi valere retroattivamente, essendo applicabili anche quando il matrimonio è stato celebrato prima dell’entrata in vigore della normativa che regolamenta le unioni civili.

In particolare, “l’art. 32 bis della legge 218/1995, introdotto dalla legge 76/2016  esprime chiaramente la scelta legislativa verso il modello dell’unione civile, in quanto norma diretta a regolare la circolazione ed il riconoscimento degli effetti degli atti di matrimonio celebrati all’estero da coppie omoaffettive.”

Pertanto, secondo la Corte non si pone, nel caso di specie, una questione di legittimità costituzionale. La non trascrivibilità dell’atto di matrimonio formato da un cittadino straniero e uno italiano non costituisce discriminazione per ragioni di orientamento sessuale, dal momento che la scelta del modello di unione riconosciuta tra persone dello stesso sesso negli ordinamenti aderenti al Consiglio d’Europa è lasciata alla valutazione dei singoli Stati  dell’Unione Europea.