Chi ruba va in galera. Un detto popolare, atavico, quasi mosàico di origine, che tutti impariamo fin da piccoli. Tuttavia, in Italia, si sa, il binomio reato-galera non sempre funziona per il verso giusto, ma di recente il Tribunale del Lavoro di Chieti ha precisato che se rubi – non solo non è detto che vai in carcere – non perdi neppure il posto di lavoro, anche quando il derubato è il tuo stesso datore di lavoro.

La vicenda risale all’estate 2012 quando un dipendente della sede centrale delle Poste di Vasto (CH) veniva scoperto, tramite un intercettazione, a rubare 14.500 euro dalla cassaforte dell’Ufficio Postale. Segue tempestivamente il trasferimento nell’ufficio di Chieti e, non appena il giudice per le indagine preliminari dispone nei suoi confronti le misure cautelari, arriva la sospensione. Al termine del provvedimento cautelare e in attesa dell’esito del processo penale, il dipendente viene reintegrato nel 2014 sempre a Chieti, grazie ad un istanza presentata dai suoi legali ma appena due anni dopo arriva la condanna penale in primo grado per appropriazione indebita. Ed è qui, che scatta l’errore fatale per Poste Italiane: il licenziamento.

Pur se comprensibile come provvedimento – e, a parere di chi scrive, anche giustificato da una sentenza in sede penale – il licenziamento viene impugnato dai legali del dipendente che ricorrono al Giudice del Lavoro. La decisione, su cui si è aperto un aspro dibattito ed a buon ragione, arriva per l’appunto da un magistrato giuslavoristico del Tribunale di Chieti, la Dott.sa Ilaria Pozzo, che decide il reintegro dell’impiegato e dispone anche che gli vengano versati gli stipendi arretrati (circa 1.860 euro al mese) oltre alle spese legali, pari a 7mila euro.

La società”, scrive il Magistrato, “sin dall’ottobre 2012 disponeva di tutti i dati sufficienti per poter procedere a una contestazione disciplinare. Non si giustifica quindi l’ attesa della sentenza di condanna per la formulazione della contestazione, che deve ritenersi irrimediabilmente tardiva”. A sbagliare, dunque, secondo il magistrato, sarebbero state proprio le Poste che sarebbero state eccessivamente garantiste nei confronti del dipendente temporeggiando nel licenziamento e dandogli ancora una residua presunzione di innocenza fino a sentenza di condanna. A motivazione della sentenza vi sarebbe che la decisione di Poste Italiane di procedere al licenziamento solo dopo l’eventuale condanna sarebbe stata “irrimediabilmente tardiva”.

Una decisione sicuramente discutibile, quella del giudice di Chieti, sia sotto il profilo dell’umano buon senso che sotto quello della correttezza giuridica ipso iure. Non rimane che attendere l’esito di un presumibile grado di appello.
di Alessia Placchi